All’interno dei RAEE (acronimo di Rifiuti di Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche) sono compresi tutti i dispositivi che per funzionare necessitano di elettricità, come monitor con e senza tubo catodico, accumulatori, piccoli componenti elettronici, dispositivi di illuminazione, tastiere, cellulari, cavi, mouse, computer, piccoli e grandi elettrodomestici, calcolatrici e device portatili.

In caso di dismissione o decespitamento dei beni aziendali, è necessario provare che questa specifica tipologia di rifiuti venga regolarmente avviata a distruzione e che, quindi, le apparecchiature non siano state vendute evadendo le imposte dovute.

Nel concreto, come deve comportarsi un ufficio, un’azienda, un ente che si ritrovi a dover smaltire questa tipologia di rifiuti?

I dispositivi – una volta rotti o diventati obsoleti – devono essere raccolti, separati nelle loro singole componenti e raccolti da ditte specializzate, che provvedano al loro smaltimento (ed eventuale riciclo) secondo la normativa vigente e sulla base del materiale di cui sono composti.

Il principale problema che insorge nella gestione dei rifiuti RAEE riguarda il fatto che al loro interno tali apparecchiature possono contenere sostanze tossiche (come, ad esempio, il mercurio) che, qualora dovessero finire disperse nell’ambiente, potrebbero provocare danni anche ingenti.

Al contrario, se questi rientrassero in riciclo correttamente, permetterebbero non solo un notevole risparmio in termini ecologici, ma anche il riutilizzo di svariati materiali provenienti dalle loro singole componenti, cosa che, di conseguenza, comporterebbe anche un importante risparmio economico.

Nel dettaglio, la gestione dei RAEE risulta disciplinata dalla Direttiva europea 2012/19 EU sui rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche, sulla cui base l’Italia ha emanato un Decreto Legislativo di attuazione apposito (Decreto n. 49 del 14 marzo 2014) e tutta una serie di Decreti ministeriali appositi